venerdì 28 dicembre 2007

I LECCESI A CIVITA CASTELLANA

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I LECCESI A CIVITA CASTELLANA

Storia di una minoranza

di Alfredo Romano


Qualcuno si chiederà come mai molti leccesi abbiano scelto come luogo d'emigrazione Civita Castellana e non le tradizionali città del Nord. Non si tratta, innanzitutto, di una scelta, ma del risultato di una congiuntura economica nel mercato delle braccia.

La coltivazione del tabacco

Ci fu a Civita Castellana, dal dopoguerra in poi, una forte richiesta di manodopera specializzata nella coltivazione del tabacco. Il risveglio dell'economia ceramica aveva provocato una carenza di salariati e brac­cianti. I proprietari terrieri erano per ciò costretti a ripiegare su colture estensive, per lo più seminativi e pascoli che, se da una parte non ri­chiedevano un grosso impiego di manodopera, dall'altra finivano con l'essere delle rendite parassitarie.
Il tabacco fu l'idea geniale di qualche proprietario, ma non proprio un fatto spontaneo o casuale. In realtà lo Stato, che allora deteneva il completo monopolio del tabacco, dalla pianta al prodotto finito, ne vol­le incentivare la coltivazione con una politica dei prezzi a vantaggio del tabacco prodotto nel Viterbese. Un vero e proprio premio quindi. Ed è qui che grandi e piccoli proprietari terrieri di Civita Castellana si rivolsero ai salentini, (Salento è la penisola che comprende le province di Lec­ce, Brindisi e il Basso Tarantino, differente dalla Puglia politica vera e propria per storia, lingua e costumi) che, per essere dei levantini, da an­ni e anni sono dediti alla coltivazione di qualità di tabacco slave, come l'Erzegovina e il Perustitza, e greche, come lo Xanti Jaca.


Caccia alla monodopera salentina

Fu così che dei caporali, anche salentini, vennero sguinzagliati nella provincia di Lecce alla caccia di manodopera. Ancora nei primi anni sessanta i caporali ricevevano un premio di 50 mila lire per ogni famiglia che riuscivano a condurre a Civita Castellana. Alle famiglie s'illustrava Civita come l'Eldorado e la cosa non era priva di interesse ovviamente.
Una ragione, in ogni modo, per emigrare a Civita c'era: Civita è ricca d'ac­qua (il Salento è arido, si sa) e quindi assicurava la produzione di una quantità di tabacco voluta. In secondo luogo, lo abbiamo già detto, lo Stato pagava meglio: ciò malgrado il tabacco del sud fosse di qualità migliore, perché, si sa, più esposto al sole.


L'immigrazione a Civita Castellana

Intere famiglie vennero così ad occupare le case coloniche sparse nei dintorni di Civita. Nella tenuta De Fenu, in località Terrano, si rea­lizzò la massima concentrazione d'immigrati con circa 45 famiglie. Ho detto case coloniche: in realtà erano alloggi malsani e squallidi, privi di servizi igienici, spesso ricavati da stalle. Col proprietario si instaurò un rapporto feudale, da servi della gleba. Il contratto (stagionale, rinnova­bile di anno in anno) obbligava tutti i componenti la famiglia a dedicarsi esclusivamente al lavoro del tabacco. Usufruire di un salario esterno poteva decretare l'annullamento del contratto stesso. Un rapporto che costrin­geva le famiglie a contrarre debiti per poter sopravvivere, sicché restava ben poco del ricavato dall'annata. Normale era l'impiego dei bambini nelle varie fasi di lavoro, costretti a una levataccia a 16 ore di lavoro al giorno come gli adulti. Erano sempre due braccia in più.
Così a Civita veniva a mettere piede una minoranza, i Leccesi appun­to, con tutti i problemi economici e sociali che il fenomeno comportava. La maggior parte di loro erano stagionali e tornavano nel sud a fine rac­colto; altri fissarono invece la residenza a Civita.


Il miraggio della ceramica e le difficoltà di integrazione

Per quest'ultimi si presentava un altro miraggio: il tabacco come par­cheggio, poi il salto nella fabbrica di ceramica. Ciò avrebbe risolto il problema non solo economico, ma soprattutto di integrazione nel tessu­to sociale di Civita. In realtà, l'essere sparsi nelle campagne, quindi con scarsi contatti tra di loro, impedì il ricostituirsi di un gruppo etnico con una sua identità culturale e il 'ritrovarsi' è stato sempre un fenomeno sporadico e individuale. Ciò comportò anche l'assenza di una forza con­trattuale non solo nei confronti dei padroni e dei loro contratti capestro, ma anche delle istituzioni come il Comune, i Partiti e i Sindacati, per i quali la presenza dei Leccesi venne considerata più un fenomeno di di­sturbo. I Leccesi non erano salariati puri, ma compartecipanti di un'a­zienda agricola, quindi una forza lavoro spuria e, a differenza della classe operaia, scomoda e difficile da organizzare. Tra l'altro il procurare grossi profitti ai proprietari terrieri, nella mentalità comune non era un tornaconto per l'intera comunità civitonica; era facile così associare in un 'odio di classe' sfruttati e sfruttatori.


Le discriminazioni

E arrivò pure il razzismo. Molti leccesi, mettendo piede a Civita, sco­prirono amaramente di essere 'leccesi', termine che ha assunto impropriamente un significato spregiativo e di insulto. Questo spiega il biso­gno di integrazione, ottenuta poi al prezzo di un'identità perduta, finen­do col non essere più leccesi, ma neanche civitonici. In qualche oste­ria o nel chiuso delle stanze, in ogni modo, molti conservano ancora lin­gua, usi e costumi, per il bisogno anche questo, di definirsi, di essere, e­sistere quindi.
Furono gli anni sessanta il periodo del maggior flusso migratorio. Ai leccesi vennero ad accodarsi anche i calabresi, i quali, benché ignorassero la coltivazione del tabacco, furono costretti a impararne l'arte. Un'arte, si sa, non fa­cile: si nasce a far tabacco, ci vogliono anni. Per i calabresi i primi tem­pi furono ancora più duri, e anche loro divennero 'leccesi', quanto a dire terroni. Come ogni minoranza che si rispetti anche i leccesi tro­varono impiego nel settore edile, nelle attività estrattive, in fabbrica co­me manovali, divenendo indispensabili in una realtà industriale come Civita Castellana, dove restavano scoperti i lavori cosiddetti più umili.


Alcuni dati statistici

Riferendoci a una statistica elaborata dalla Biblioteca Comunale di Civita Castellana nel 1975, troviamo un quadro interessante del flusso migratorio,
un flusso che finisce, tra l'altro, proprio in quegli anni. I dati si riferisco­no alle sole persone residenti. Per gli stagionali, pur in gran numero, non si sonopotuti trovare dati attendibili.
Immigrati meridionali: 994. Figli di immigrati nati a Civita 642. Salen­tini 66,6%, Calabresi 19,4%, Siciliani 7,8%, Lucani: 2,7%, altri 3,5%.
Addetti all'agricoltura 19,4%, edilizia 18,1%, ceramica 5%, cave 2,6%, commercio 2,3%, impiegati 1,6%, casalinghe 25,5%, pensionati 7,5%, studenti 5,3%, bambini 0-13 anni 4,5%, altri 8,7%.
Residenti in campagna: 40%, in città 60%.
Matrimoni misti 144, di cui immigrato-civitonica 71, immigrata-civi­tonico 73.

La nuova legge sui contratti agrari

Nel 1975 il tabacco finisce di essere monopolio di Stato, lo è solo nel prodotto finito. L'introduzione del mercato libero danneggia il tabacco di scarsa qualità prodotto a Civita e premia giustamente quello prodotto nel Salento. Qui, nel frattempo, lo sfruttamento di risorse idriche sotter­ranee con la creazione di pozzi artesiani, ha assicurato l'acqua in molte zone coi benefici che ne derivano. Ora non solo tanti leccesi sono tor­nati nel sud, ma gli stessi Salentini hanno riscoperto l'antica 'vocazione' del tabacco che, per i motivi su accennati, trovano ora più conveniente da coltivare. I proprietari terrieri di Civita hanno reagito tentando d'in­trodurre qualità di tabacco americane come il Burley e il Maryland, che si adattano meglio a zone umide come Civita. La cosa non ha avuto suc­cesso proprio per la mancanza di manodopera specializzata. È caduto, tra l'altro, il vecchio rapporto di lavoro basato sulla compartecipazione, il tabacco ora si può piantare solo in forma di conduzione diretta con l'impiego di salariati, oppure cedendo la terra in affitto. La legge sui pat­ti agrari ha decretato definitivamente la scomparsa della colonìa in tutte le sue forme e varianti. Non trovando più convenienza, i proprietari ter­rieri sono tornati ai seminativi e pascoli. Fatta qualche eccezione, non si coltiva più tabacco.


I leccesi nella nuova Civita

I leccesi, in ogni modo, sono rimasti e col tempo si stanno integrando ormai nel tessuto economico e sociale di Civita Castellana. Il razzismo non è del tutto scomparso, ma è solo appannaggio di gente che non sa spiegarsi la storia delle cose o non sa guardare al di là del proprio naso. Se a dei leccesi vengono assegnate delle case popolari, ci sono ancora Civitonici che si sentono defraudati. Non sanno che un uomo, qualun­que uomo, non abbandona il proprio paese per una casa popolare: ci vuole ben altro! Niente può risarcire l'essere stati strappati alle proprie radici. Ai leccesi non... piace viaggiare!
La storia dei leccesi è ormai storia di Civita Castellana, quindi storia del progresso di questa città al cui benessere essi hanno notevolmente contribuito.

E i 'leccesi' si chiameranno leccesi, dal suono di una terra solare, barocca, greca, dove la vite e l'ulivo hanno ancora il sapore del mito. Senza retorica.

Alfredo Romano

Da L'Informatore Civitonico, n. 13, dic. 1983.




Civita Castellana, 1968. Tenuta Terrano.
La famiglia Romano ritratta all’alba durante
la raccolta del tabacco. In piedi: la madre
Lucia Giustizieri, il padre Giovanni e i figli
Angelo e Aldo. Accovacciati: gli altri figli
Alfredo ed Eugenio.






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DISCORSO TENUTO ALLA CONFERENZA SULL’IMMIGRAZIONE ALL’ISTITUTO TECNICO COMMERCIALE DI CIVITA CASTELLANA


Giovedì 17 febbraio 1994

Mi chiamo Alfredo Romano. Sono stato invitato a raccontarvi un po’ la storia di un'immigrazione a Civita Castellana che è relativamente recente: risale agli anni '50 e '60. Si tratta dei leccesi, nome che qui ha perso il suo significato originario di “abitanti della città di Lecce”. Leccesi si chiamarono tutti coloro che giunsero dal Sud: fossero della provincia di Lecce, di Brindisi o delle province calabresi. Leccesi quindi per indicare i meridionali in genere fra i quali era più forte la comunità salentina. Si chiama Salento la sub-regione a sud della Puglia, la penisola salentina, che comprende le province di Brindisi, Lecce e il basso tarantino.
Sicuramente i primi salentini che giunsero a Civita, alla domanda che veniva loro rivolta da dove venissero, rispondevano da Lecce, un modo per semplificare, perché la parola Salento è sconosciuta ai più. D’altra parte anche noi leccesi, quando torniamo giù al paese, sempre per semplificare e non dare tante spiegazioni, diciamo che stiamo a Roma. Per questo al mio paese ci chiamano i “romani”, definizione che ci rende in qualche modo anche lì dei forestieri ormai.
A Civita Castellana, prima dei leccesi, sono arrivati i marchigiani, gli abruzzesi, i veneti. Contemporaneamente ai leccesi, anche un folto gruppo di calabresi e di sardi, quest’ultimi dediti alla pastorizia.
Bisogna riconoscere che questo di Civita è un fenomeno singolare rispetto a tutti gli altri comuni della provincia di Viterbo. Mentre Civita ha conosciuto il fenomeno dell’immigrazione da altri paesi, i comuni confinanti invece si sono spopolati verso Roma dove era più facile trovare lavoro, soprattutto impiegatizio.
Ciò si spiega col fatto che Civita Castellana, a cominciare dal '700 , con le manifatture ceramiche prima e le industrie poi, non poteva che attrarre manodopera da altri paesi. Ogni realtà industriale conosce questo fenomeno, perché la manodopera, insegnano gli economisti, è uno dei primi fattori della produzione.
Nel dopoguerra, qui a Civita Castellana, accanto alla ripresa degli impianti e della produzione ceramica, si verificava il naturale abbandono delle campagne. O almeno, in mancanza di manodopera locale, attratta più dal miraggio della febbrica, le terre si riducevano a coltivazioni estensive, come seminativi e pascoli, che si sa essere meno impegnative e quindi poco redditizie rispetto a quelle estensive come frutta e ortaggi.
È in questo periodo che i proprietari terrieri di Civita Castellana prendono ad accarezzare l’idea della coltivazione del tabacco. Questa produzione, soggetta a quei tempi al monopolio di stato, avrebbe assicurato loro maggiori profitti, che non i seminativi.
A chi rivolgersi allora? Coltivare tabacco non è cosa semplice: è un mestiere che s’apprende con anni di esperienza. È un lavoro duro, d’estate ti occupa dall’alba al tramonto.
Ebbene, vi era una manodopera specializzata cui rivolgersi, stava nel Salento. La coltivazione del tabacco qui ha radici antiche, antiche relativamente: il tabacco, come altre piante, ci viene dalle Americhe.
Il tabacco nel Salento è di casa, non c’è famiglia che non abbia avuto a che fare. D’estate, per le campagne, ma anche per le strade di paese, non si vedono che distese di telai di tabacco messi al sole ad essiccare. A dire il vero questa mania di coltivare tabacco ci viene dal vicino Oriente, dalla ex Iugoslavia, dalla Grecia. Guarda caso le qualità di tabacco che si coltivano si chiamano erzegovìna, perustitza, xanti jaca.
I proprietari terrieri di Civita Castellana avevano un bell’interesse a produrre tabacco. I contratti, detti di compartecipazione, che si stipulavano coi coltivatori, li favorivano nettamente. A loro andava la metà del prodotto, in cambio ti alloggiavano in una casa colonica (il più delle volte una catapecchia), ti davano cinque quintali di grano per ettaro coltivato e la terra veniva arata a loro spese. Comodo no? Standosene in poltrona, i proprietari avevano in pratica dei quasi schiavi che lavoravano per loro. Il reclutamento avveniva con dei caporali sguinzagliati nel Salento. Questi, per ogni famiglia che riuscivano a trascinare a Civita, si beccavano un premio di 50.000 lire (allora un bel gruzzolo). Il contratto prevedeva l’impegno di tutta la famiglia. Il lavoro minorile era considerato normale; anzi era indispensabile.
Ma nel 1975, con i nuovi patti agrari e l’abolizione della mezzadria e della colonìa, cambiò musica: i proprietari, per coltivare tabacco, avrebbero potuto assumere e pagare giornalmente dei salariati. Non era più conveniente. A Civita finì la produzione di tabacco e di conseguenza si fermò anche l’immigrazione dei salentini.
Furono comunque i sessanta gli anni della grande emigrazione e non solo a Civita: milioni di meridionali partivano per le città del nord Europa e del nord Italia. Qui c’era bisogno di manodopera a basso costo per presse e catene di montaggio, cantieri, miniere e quant’altri . Grazie ai meridionali si ebbe in Italia quel miracolo economico che portò l'Italia a divenire una potenza industriale.
Altrettanto avvenne a Civita. Per molti leccesi coltivarvi tabacco era già aver trovato un lavoro: c’era una resa e un guadagno non possibili nel Salento dalle scarse piogge e privo di corsi d’acqua.
Furono anni duri. Non starò qui a spiegarvi le fasi della lavorazione, fasi che richiedevano cure scrupolose, abilità ed esperienza non indifferenti oltre che una gran fatica. A queste condizioni i giovani della famiglia non ne erano attratti, loro sognavano un posto nelle fabbriche di ceramica al pari dei coetanei civitonici: ciò avrebbe garantito loro un salario, ma soprattutto maggior tempo libero per i loro svaghi e per fare amicizie. Così la regola che li teneva legati all’azienda pian piano cominciò ad essere trasgredita con disappunto dei proprietari terrieri. Furono proprio i giovani leccesi a integrarsi per primi nel tessuto economico di Civita Castellana trovando occupazione nelle fabbriche, nelle cave e nei cantieri. Date uno sguardo ai palazzi in costruzione: la maggior parte della manodopera è leccese o calabrese. Laddove lingua e costumi non sono riusciti, è riuscito invece il lavoro, che ha operato il miracolo dell’integrazione accomunando tutti negli stessi interessi.
Abolito per il tabacco il monopolio di stato, aboliti quei contratti, ebbe anche fine il fenomeno dell’immigrazione meridionale a Civita Castellana. Ciò accadde esattamente nel 1975. Molti leccesi, i più anziani soprattutto, se ne tornarono al Sud. Altri, e furono la maggior parte, i giovani, restarono: il lavoro aveva ormai fatto mettere loro solide radici. Tra l’altro c’era un fiorire di matrimoni misti che ancor più favorivano l’integrazione tra le diverse comunità.
Ma pur se i leccesi avessero voluto continuare a coltivare tabacco, farlo a Civita non sarebbe stato più conveniente per loro. Il tabacco era ormai soggetto al libero mercato e quello prodotto nel Sud, di maggior pregio, era più quotato: la migliore qualità si doveva al sole e al clima più secco che allontana le malattie tipiche del tabacco. Anche quello dell’acqua non era più un problema: a questo sopperivano ormai centinaia di pozzi artesiani che si erano scavati nel frattempo nel Salento. L’acqua assicurava non solo la produzione di tabacco, ma anche quella di ortaggi, frutta, fiori e quant’altri, tanto da attribuire alla Puglia la denominazione di California d’Italia. E a ragione, perché la produzione di verdura da noi si realizza soprattutto d’inverno per via di un clima mite e senza bisogno di serre. Altrove ne è impedita dalle gelate.
Non manca domenica che, telefonando a mia madre, non mi senta dire:
«Affretu, quantu vulìa cu stai cquai, ca li cristiani me ndùcianu tante cicore e ffenucchi e rrape ca nu’ ssacciu a cci l’àggiu ddare. Iu su' ssula e nnu’ mme pozzu mangiare tutta ddha rroba te Diu e ttocca puru cu lla mbarcu. Armenu ci passava querchetunu ca vae a Civita, te putìa mandare ‘nu pocu te fenucchi, ‘nu pocu te cicore e de rape cu tte le cucini cu ‘nna pignata te fae nette. Ca cquai la rroba ne la menamu 'n facce
Traduco. Alfredo, come vorrei che fossi qui, perché c'è tanta gente che mi regala finocchi, cicorie e rape, tanto bendidio che non so a chi dare. Io sono sola e non posso mangiarmi tutta quella roba e così mi tocca pure buttarla. Se almeno ci fosse qualcuno che da qui partisse per Civita, ti potrei mandare un po’ di finocchi, di cicorie e di rape da cucinarti con una pignatta di fave secche sbucciate. Perché qui la roba ce la buttiamo in faccia.

Alfredo Romano



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LECCESI E CASE POPOLARI


"I leccesi ci rubano le case popolari."
"Quelli che vanno a pesca ve le rubano."
"Che c'entrano quelli che vanno a pesca?"
"E i leccesi?"
A una signora di Bologna, preoccupata che i meridionali rubassero il posto di lavoro a quelli del Nord, un giorno rinfacciai: signora, probabilmente lei abita in una bella casa che le hanno costruito i meridionali. È vero, questi meridionali hanno costruito le case di mezza Europa, ma poi a una casa non hanno diritto. Certo, fanno tutti quei figli, per forza che gli debbono dare la casa!
Perché, adesso bisogna fare per forza un figlio solo? Ma come, prima il Signore Iddio benediceva le famiglie numerose e adesso ha cambiato idea? Che facciamo, misuriamo il grado di civiltà dal numero dei figli? Sarebbe come giudicare la pulizia di un popolo dal numero di saponet­te che consuma. Ma la verità è un'altra e la conosciamo: quando si è in tanti a spartirsi uno stesso bene, chi rimane escluso deve pur darsi una ragione e così, a Civita Castellana, sono i leccesi quelli che si portano via le case popolari. Vogliamo allora guardare la statistica? Fino a questo momento ai civitonici è andato il 50% delle case popolari, ai non civi­tonici (leccesi, calabresi, marchigiani ecc.) l'altro restante. Visto che tut­ti pagano le tasse e le case popolari si costruiscono in relazione ai biso­gni di un paese, credo che i civitonici, in proporzione, non hanno proprio di che lamentarsi.
I leccesi, semmai, un torto ce l'hanno, ed è che con tutto quel tabac­co che hanno prodotto hanno rovinato i polmoni a tanta gente. Non potevano almeno coltivare angurie? Perdoniamoglielo però, visto che in fondo lo hanno coltivato con tanta arte oltre che fatica. Perché, a far tabacco, ve lo dico io, non è cosa semplice: si nasce, ci vogliono anni. Il tabacco per noi è cultura.
Li vogliamo conoscere allora questi leccesi? lo non vi perdonerò mai forse l'avermi dissacrato il magico suono della parola Lecce. lo non vi dirò cosa nasconde questa parola che vibra al vento della Grecia e schiude agli occhi un barocco solare, d'incanto; io non vi dirò il vino ad allietarvi il demone delle notti tristi, il profumo che aleggia sui nostri or­ti, i sapori delle nostre tavole imbandite; io non vi dirò il mare cristallino a mitigare le nostre estati... io non vi dirò.
Eppure avete perduto la grande occasione di dire a un leccese: favorite. Lui gli arcani misteri della vita vi avrebbe svelato, l'amicizia, l'ospitalità sacra; le canzoni più belle avrebbe cantato per voi, storie d'amore, di sangue, fatiche millena­rie; davanti a un camino l'ultima fiamma avrebbe spartito, un bicchiere, l'ultimo tozzo di pane, l'anima. lo non vi dirò...

Alfredo Romano

Da L'Informatore Civitonico, n. 10 apr. 1983


LEZIONE ALL'UNIVERSITA' DELLA TUSCIA


Lezione di Alfredo Romano:
La mia esperienza nella Biblioteca di Civita Castellana
(Lezione tenuta all'Università della Tuscia di Viterbo il 14 aprile 2005 durante il Corso di formazione per i bibliotecari della Provincia di Viterbo. Tema: Dal pennino all'OPAC [*])

Biblioteche nei secoli
Fino al 1970 a Civita Castellana non c’era ancora una biblioteca. C’erano state di biblioteche nei secoli passati: nel '500, al tempo di Carlo V, c’era una che era definita addirittura aurea. Ma questa e altre, non ebbero fortuna. Il motivo è che Civita Castellana si trovava su una via di passaggio, la Flaminia, dove transitavano lanzichenecchi, spagnoli e francesi, per andare a saccheggiare Roma. E anche Civita ne faceva le spese, all’andata, ma specie al ritorno, nel caso i soldati non fossero rimasti soddisfatti del bottino romano.
Con l’avvento dell’Italia unita e della ventata laica di Cavour, quando i beni documentali dei conventi furono trasferiti ai Comuni, anche Civita Castellana ne beneficiò. Ma la conseguenza fu che tante opere di pregio e, perfino incunaboli, furono lasciate ammuffire in qualche scantinato per molti decenni, fino a quando qualche uomo di buona volontà, negli anni 20 del secolo scorso, non decise che quelle opere andavano recuperate e furono portate tutte all’Abbazia di Farfa per un doveroso e pietoso restauro. Ma chi governava allora la città non si fece scrupolo di redigere almeno un inventario di quei documenti, che così furono perduti per sempre. In parte restarono a Farfa, in parte finirono all’Archivio di Stato.

Sessantotto e idea di biblioteca
Ma fu nel 1968, con le rivolte giovanili dove si chiedeva una concezione nuova del mondo e della vita, specie in campo culturale, che a Civita Castellana si fece strada l’idea di istituire una biblioteca. A invocarla fu l’allora Movimento giovanile di cui facevo parte. Una città di 16 mila abitanti, la più popolosa del viterbese e a forte vocazione industriale, non poteva esimersi dall’istituire una biblioteca. Questa doveva venire incontro soprattutto a quei figli di operai e contadini che fino allora erano stati esclusi dal diritto allo studio fino all’università; ma venire incontro anche alla formazione di tutti i cittadini, grandi e piccoli, uomini e donne. Si diceva allora: Se il padrone conosce 1000 parole e l’operaio 100, quest’ultimo viene fregato. Cultura quindi come coscienza dei propri doveri, ma anche dei propri diritti sanciti dalla Costituzione.

Istituzione / Apertura
La biblioteca fu istituita con delibera comunale nel 1969. Ma fu nella primavera del 1970 che trovò una sistemazione in un seminterrato del palazzo comunale: due stanzette con l’Enciclopedia Treccani, un’enciclopedia inglese, e la collana di letteratura della BUR con copertina rossa. Fu certamente con uno strano criterio che il Sindaco acquistò i primi libri: era in ogni caso l’inizio di una biblioteca.
Ad aprirla al pubblico tre pomeriggi la settimana, fu chiamato, come volontario proprio uno del Movimento giovanile: il mio amico Giampietro Cacchioli. A dire: Voi avete voluto la biblioteca e voi ve la gestite. Il mio amico naturalmente era uno dei tanti disoccupati che alcuni mesi dopo avrebbe vinto un concorso per capostazione. “Ci vuoi stare tu?” mi chiese prima di andar via. Io, che gli avevo fatto compagnia in biblioteca tanti pomeriggi d’estate, accettai. Avevo 21 anni, ero iscritto all’Università, davo una mano ai miei nella lavorazione del tabacco e, trascorrere tre pomeriggi la settimana in biblioteca non mi dispiaceva per niente, non solo perché di libri mi nutrivo, ma anche perché immaginavo la biblioteca come una finestra sul mondo, un mondo di possibili incontri, amicizie, iniziative che mi avrebbero giovato.

Incarico / Libri scarsi / Ambasciata Vietnam
Nella delibera di incarico per tre mesi, a cominciare dal 1° novembre 1970, invece che Alfredo Romano, c’era scritto Antonio Romano. Ma contava poco, Alfredo o Antonio era la stessa cosa: 20 mila lire il mese e niente contributi, e così per due anni. Mi sono stati riconosciuti adesso, in verità, dopo 34 anni, ma hanno dovuto produrre una dichiarazione di errore per quella prima delibera di incarico.
La prima cosa che mi venne in mente, vista la scarsità di libri, fu quella di scrivere a Roma a tutte le ambasciate del mondo. Mi arrivarono svariati pacchi, la più generosa fu quella americana con tanti libri di narrativa. L’ambasciata di Francia e quella dell’Urss, addirittura, mi abbonarono alle loro riviste. Ma un contatto speciale lo ebbi con l’ambasciata del Vietnam. Mi venne l’idea di organizzare una mostra di foto sulla guerra del Vietnam. Allora non c’era ancora la burocrazia che c’è adesso: mi bastò andare dal sindaco e chiedere la macchina del Comune per recarmi all’ambasciata del Vietnam, che dopo due ore ero già all’ambasciata. All’ingresso dissi che ero il bibliotecario di Civita Castellana e che avevo bisogno di fotografie per una mostra sulla guerra del Vietnam. Il portiere mi guardò un po’ perplesso, ma mi condusse da un funzionario al quale ripetei la richiesta. Fui fatto accomodare in un salotto e di lì a poco arrivò un altro funzionario con l’ambasciatore. Spiegai con così tanta passione la mia richiesta di foto per una mostra sulla guerra, che l’ambasciatore rimase commosso. Anzi si alzò e tornò con un anello in regalo per me. “Questo anello di alluminio è stato costruito con un B52 degli americani che abbiamo abbattuto” mi disse. Ero commosso anch'io. Mi diedero un pacco con un centinaio di foto in bianco e nero, che naturalmente avrei dovuto restituire. La cosa più strana, al ricordo, è che non mi chiesero neanche un documento. Era forse bastata la mia faccia così ingenua?

Prima dotazione / Iniziative culturali / Gianni Rodari
E finalmente arrivò la prima dotazione seria di libri, l’anno dopo, il 1971. Mi si presentò nel seminterrato il dr. Attilio Carosi, direttore della biblioteca provinciale: 250 libri, per lo più di consultazione, già catalogati e inventariati. In donazione anche il registro d’inventario, un bel po’ di schede bibliografiche e di etichette da applicare sul dorso dei libri. Fu una festa. Finalmente il minimo che potesse avere una biblioteca per chiamarsi tale. In ogni caso, oltre che assistere i lettori, non è che in biblioteca ci fosse tanto da fare, sicché presi a inventarmi conferenze, incontri, spettacoli, le cosiddette iniziative culturali che allora rendevano famosi gli assessori di ogni città d’Italia. Avvisavo i cittadini con delle locandine dove, in calce, c’era scritto “Il bibliotecario”. Oggi non si potrebbe più fare: guai se l'impiegato informa i cittadini o si permette di fare il creativo!
Scrissi una lettera a Gianni Rodari per un incontro con i ragazzi. Non ci speravo e invece mi rispose e riuscimmo a fissare una data. La sala del consiglio comunale dove si tenne l’incontro era stracolma. Ad ascoltarlo c’erano bambini e insegnanti e gente venuta da fuori. Rodari sarebbe ritornato qualche anno dopo, nella seconda sede della biblioteca, quella che oggi è la sala Pablo Neruda. Furono due eventi memorabili. Lo andai a trovare anche a Roma, a casa sua. Un’ora di conversazione in una stanza con tutti i suoi libri tradotti in tutte le lingue del mondo, perfino in alfabeto Braille. Mi regalò anche un long playing (disco 33 giri di allora) con le sue filastrocche messe in musica dal Quartetto Cetra. Sulla copertina del disco la sua dedica.

Bibliotecario a 20 mila
Io non stavo nella pelle. Non mi limitavo più a 9 ore la settimana, ormai aprivo la biblioteca tutti i giorni, mi piaceva, sempre a 20 mila il mese, che non mi bastavano neppure per telefonare a Stella, la mia ragazza che stava a 700 chilometri di distanza. E studiavo e partecipavo a quei concorsi (ci si presentava in 100 mila) per imbucarmi in qualche Ministero, ma non vincevo mai. Ero disperato, non potevo pesare sui miei, anche se continuavo a dare una mano nei duri lavori della campagna, ma avevo bisogno di un lavoro vero che mi rendesse autonomo. Ma sono contento di non averlo trovato il lavoro altrove: era destino che avrei dovuto fare il bibliotecario e, se tornassi indietro, rifarei tutto come prima, perché io ho dato tutto me stesso alla biblioteca, ma è anche vero che la biblioteca mi ha dato tanto.

Primi corsi di formazione
Fu a novembre del 1971 che si svolse a Bolsena il primo corso di formazione per i bibliotecari della provincia di Viterbo. Era un corso residenziale di una settimana. C’erano il direttore Attilio Carosi, la mitica soprintendente alle biblioteche del Lazio Maria Sciascia, con la Camerino (una bella donna, al ricordo) e la Mariani, altre due funzionarie della Regione che sono state importanti per la nostra formazione e la nascita delle biblioteche nella provincia. In un contesto collegiale e familiare al tempo stesso, apprendemmo i primi rudimenti della catalogazione e della classificazione. C’era anche a quel corso l’attuale presidente del Consorzio delle biblioteche Romualdo Luzi , ma nessuno di voi altri che mi state qui davanti: si vede che mi sono proprio fatto vecchio, grazie anzi per l'appellativo di decano di cui mi fate onore, per così dire, da un po' di tempo.
Tornato in biblioteca, diedi una svolta al mio lavoro. Ero munito anche di un breve manuale di classificazione del Dewey. Il consiglio (per semplificare, e trattandosi di piccole biblioteche) era quello di usare soltanto i primi tre numeri nella classificazione, senza andare nei dettagli. Metodo che non avrei più potuto seguire con il successivo aumento dei volumi che avvenne grazie agli stanziamenti del Comune, ma soprattutto grazie ai contributi della Regione. Ma, ahimé, erano i tempi in cui non era obbligatorio per i Comuni rendicontare, sicché spesso molti di quei contributi venivano destinati ad altri scopi, e vane erano le mie proteste che facevano dire sempre al sindaco: “E io con che cosa pago il tuo stipendio?”.

Sezione Ragazzi
Fu mia cura creare subito una sezione per i ragazzi. A Civita Castellana, a quel tempo, non c’era neanche una cartolibreria, sicché avvenne un corri corri in biblioteca quando arrivarono i primi libri di racconti e di fiabe. A scuola poi era il tempo della scoperta delle famigerate “ricerche”. A quel tempo non solo non c’era internet, ma anche la fotocopiatrice era di là da venire. Sicché tanti bambini erano costretti (si fa per dire) a leggere e a riassumere, cosa che oggi è del tutto scomparsa. I ragazzi mi consideravano come un dottor-sa-tutto, oltre che il “padrone” della biblioteca, ed erano sempre lì intorno a farmi domande, a chiedermi spiegazioni e consigli. Un ruolo che non mi ero prefigurato nella vita, ma che in fondo mi piaceva, perché trovavo che i ragazzi si stupivano sempre per quello che loro raccontavo. E io mi sentivo gratificato.

Sezione Locale
Ma anche la Sezione Locale fu oggetto dei miei pensieri. A Civita Castellana, quando è nata la biblioteca, non c’era un documento, dico uno, sulla città. Un paese così grosso, privo oltretutto di un archivio storico, aveva smarrito la sua memoria storica. Raccogliere documenti sparsi qua e là per ricostruirla quella memoria, lo considerai un dovere come bibliotecario. Oggi, dopo 34 anni, su Civita Castellana ci sono almeno 700 documenti. Ma la sezione non riguarda solo Civita Castellana, ma tutta la provincia di Viterbo, e anche, in misura minore, le altre province del Lazio. In tutto la sezione vanta 3.000 documenti. Solo che man mano che aumentavano i volumi nella sezione, mi si pose il problema di come collocarli. Trovavo che tutti i libri che avessero a che fare con un paese, pur se di argomenti diversi, dovessero stare tutti insieme, stabilendo magari un ordine all’interno dello stesso paese. Fu così che mi inventai una collocazione per la sezione locale che in qualche modo si muoveva sulle tracce della classificazione del Dewey. So che altri bibliotecari della provincia l’hanno adottata, anche se poi conta il metodo, perché ogni bibliotecario la può ridurre alle esigenze della propria biblioteca.

Posto in organico
Fu nel 1975 che fu messo il posto in organico. Facevo il militare a Trento, dove avevo a che fare con bombe a mano, cannoni e mitragliatrici, quando fui chiamato a Civita Castellana per sostenere il concorso interno. Finalmente diventavo un bibliotecario a tutti gli effetti, ma non vi nascondo che il mio primo stipendio lo spesi per comprare un pianoforte usato e una chitarra Giannini, che, malgrado gli anni e le ferite, resta ancora un pezzo della mia carne, il prolungamento del mio braccio.

Collettivo della Biblioteca
La biblioteca, nel frattempo, traslocava in una terza sede: un appartamento con tante stanze che era stato di un maresciallo dei carabinieri. Era angusto sì, ma almeno potevo collocare in modo più razionale il patrimonio documentale.
Ma fu proprio in quell’anno che, accanto al normale funzionamento, si verificò un fenomeno irripetibile. Decine di giovani rivendicavano spazi per incontrarsi a dipingere, fare musica, teatro, discutere, capire le trasformazioni della società e del mondo. Trovavano che, per questo, la biblioteca fosse il posto più adatto, sicché, al di fuori dell’orario di apertura, mi toccava tenere la biblioteca aperta per loro. Ricordo discussioni a non finire, esperti che venivano chiamati per formare, ragazzi che abbellivano di murales il brutto cortile interno della biblioteca, altri che facevano prove di teatro, altri che suonavano. Per me, ormai, non c’era orario, anche perché io, oltre a “padrone di casa” ero uno di loro, e li divertivo con le mie canzoni strane che avevo appreso a Milano dove, da buon meridionale, emigrai a 19 anni dopo la maturità per fare prima il muratore e poi il metalmeccanico alla Pirelli. Era il cabaret di Dario Fo, di Iannacci e dei Gufi, le canzoni di protesta di quegli anni, quelle dei primi cantautori quali Luigi Tenco, Gino Paoli, Fabrizio De Andrè, autori che cantavano l’amore con sincerità e poesia e interpretavano il mondo senza avere “le casette piccoline in Canadà… con tanti fiori di Lillà”. De Andrè arrivava a dire perfino che “non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio” o “aspettava il ritorno di un soldato vivo / di un eroe morto che ne farà?” e Tenco : “Io vorrei essere là / per dire a quei soldati / chi mai coltiverà domani il loro campo?” Oppure: “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare / il giorno mi pento d’averti incontrata / la notte ti vengo a cercare”.
Questi ragazzi però, che prima erano stati visti come manna dal cielo da parte dei maggiorenti del paese, ad un certo punto cominciarono a dare fastidio: parlavano liberamente, chiedevano, scrivevano, invocavano la cultura come modo di vita, di essere, credevano che le istituzioni dovessero garantire loro spazi e contributi, ma soprattutto questi ragazzi non erano inquadrati e, pur ciascuno con le proprie idee, non si piegavano a fare i galoppini di nessun partito. Così, il collettivo di 40 ragazzi, che per quasi due anni aveva portato a Civita Castellana una ventata di novità, venne sciolto e anche la biblioteca ne pagò le conseguenze. Io fui estromesso dal comitato di gestione della biblioteca (unico bibliotecario in Italia, credo) e per alcuni anni l’Amministrazione ridusse i contributi per libri e giornali. Insomma caddi in disgrazia perché avevo “dato troppo spazio” ai giovani, e soprattutto perché avevo impedito che la biblioteca diventasse una sezione di partito come i maggiorenti avrebbero voluto. Avevo ed ho le mie idee, ma ho sempre creduto che ogni cittadino, chiunque fosse o idea professasse, entrando in biblioteca la sentisse come sua. Avrei cambiato mestiere altrimenti.

Mestiere delicato
E’ che, fare il bibliotecario, non è come fare l’impiegato dell’anagrafe. E’ un mestiere delicato il nostro, perché col nostro lavoro, volenti o nolenti, incidiamo sulla formazione delle coscienze. A volte, anzi, un libro, un’informazione, possono cambiare la vita di una persona. D’altra parte la biblioteca non riveste mai carattere d’urgenza e il bibliotecario chiede sempre beni di non immediata utilità e che soprattutto non hanno un ritorno in termini di consenso elettorale. Questo spiega perché da che mondo e mondo, tra governo locale e bibliotecario ci sono sempre state scintille. Vi siete mai chiesti perché, in vista delle elezioni, gli amministratori si danno sempre da fare per risistemare strade e lampioni, edifici e monumenti e mai che venisse loro in mente di arricchire il patrimonio della biblioteca? In quest’ultimo caso, come si dice, non ci sarebbe visibilità.

L’Informatore Civitonico/ La Biblioteca di Alice
Agli inizi degli anni ‘80, visto che il periodico cittadino L’Informatore Civitonico languiva, il nuovo assessore alla cultura pensò bene di offrirmi la redazione del giornale. Insomma dovevo fare il giornale cittadino e farlo uscire ogni due mesi. Ne fui felice, anche perché approfittai per inserire all’interno una sottotestata, La Biblioteca di Alice: otto pagine con tutte le notizie sulla biblioteca e i suoi servizi; addirittura un gioco in cui si vincevano dei libri. Per me fu una bella palestra, anche perché, per la prima volta, venni dotato di un piccolo computer per scrivere gli articoli. Il sistema operativo era Dos, non c’era ancora Windows. Al periodico cambiai anche formato, nacquero speciali, inchieste, servizi, saggi che riflettevano il bisogno dei cittadini di sapere ed essere informati. Il giornale era gratuito e arrivava puntualmente in tutte le case: lo si aspettava. Era diventato così popolare, che gli amministratori mi perdonavano il fatto che non vi facevo comparire le loro foto; foto dei cittadini, invece, a iosa. Non era per dispetto, ma perché volevo dare l’idea che il giornale fosse di tutti e non solo di una parte politica. Non vi dico le ore, le notti e i giorni per far uscire il giornale, non potendo sottrarmi al lavoro in biblioteca. Volontario, insomma, ma mi piaceva e mi bastava. L’esperienza durò due anni, quando, nominato un nuovo assessore alla cultura, presi a ricevere veline e foto che avrei dovuto pubblicare in favore di questo e quello. Non ero più libero e pensai bene di rimettere il mandato: “Il giornale ve lo fate voi” dissi. Perciò caddi nuovamente in disgrazia, anche perché ero contrariato che lo stesso assessore avesse insediato il suo ufficio al piano di sopra della biblioteca occupando il telefono e ricevendo file di clientes ai quali dava appuntamento. Ogni giorno era un via vai, gente che apriva la porta della biblioteca e gridava: “Sta qui l’assessore?”. Fumava per giunta il nostro, fumava forte, tanto che s’erano impregnati di fumo libri e moquette. Denunciai la cosa in Regione e finalmente ottenni che l’usurpatore sloggiasse dalla biblioteca, pena la sospensione dei contributi regionali.
Vi porto questa testimonianza non per dirvi niente di speciale, ma solo per sottolineare quanto sia singolare il nostro lavoro quando è svolto con sincerità e passione.

La nuova sede della biblioteca
Intanto, grazie ai contributi della Regione, il vecchio mercato coperto veniva ristrutturato per farlo diventare la nuova biblioteca comunale. Una struttura molto bella all’interno, colorata, con scaffali tutti in legno. Aveva dei difetti, però: i nuovi arredi potevano contenere non più di 4 mila volumi a fronte dei 12 mila che riempivano già la vecchia sede; e non era stato previsto neppure un archivio. Semplicemente il progettista non s’era degnato neanche di consultarmi sul posseduto e le necessità della biblioteca. Ma non mi scomposi più di tanto. Prima dell’inaugurazione, di notte, non visto, trafugavo dalla vecchia sede, con la mia malconcia Renault, i vecchi e robusti scaffali di metallo color grigio e li trasportavo in quella nuova collocandoli in quell’area vuota che, a detta dell’architetto, doveva servire per mostre di pittura. Fu così che tutti i 12 mila libri trovarono posto, ma il giorno dell’inaugurazione non mi misi molto in vista, per via degli strali lanciati da tutti contro il bibliotecario che aveva, per così dire, deturpato con quei grigi scaffali l’arredamento della biblioteca.
Nella nuova sede, la biblioteca, in ogni caso, conobbe un boom di iscritti e lettori mai visti prima. Sono trascorsi 16 anni dall’inaugurazione e continuo a stipare scaffali dappertutto, perfino nella sala delle conferenze.

ISIS/CDS : il primo catalogo elettronico
E arrivò ISIS/CDS, il programma di catalogazione dell’Unesco. Il sistema di catalogazione di tutte le biblioteche era ancora quello di sempre: foglio di lavoro, posa della scheda nella macchina da scrivere, battere tre schede principali, quella di soggetto, di rinvio, richiamo ecc. Come da decenni. Ma ecco affacciarsi il nuovo programma e la Regione ci teneva che almeno i bibliotecari delle biblioteche principali del Lazio partecipassero ai corsi di formazione. Si trattava di creare uno schedario elettronico al posto di quello cartaceo, si trattava soprattutto di imparare un programma fatto di infiniti campi e sottocampi ognuno dei quali doveva essere preceduto dai codici di Boole (^a ^b ^c ^d e via discorrendo). Per me che ero completamente digiuno di informatica, si trattava di qualcosa di molto complicato, anche se erano iniziati i miei primi tentativi di videoscrittura con Windows x 2. Il primo corso di formazione lo tenni a Firenze, altri a Viterbo. In biblioteca c’erano 15 mila titoli (oggi, al netto dello scarto inventariale, siamo a 32 mila circa).
Iniziava così il lavoro di catalogazione elettronica in Isis e, nello stesso tempo, l’inserimento delle schede pregresse. Quest’ultimo lavoro fu facilitato dal fatto che la biblioteca venne chiusa per l’installazione dell’impianto di aria condizionata, così ho trascorso tutto il tempo della chiusura (era il 1994) a inserire schede in linea con la mia collega Marianna Tumeo, la quale, dapprima refrattaria a queste fatiche d’informatica, ha finito poi per prenderci la mano diventando un’ottima collaboratrice. Con 15 mila schede in linea accantonammo il catalogo cartaceo, costringendo anche gli utenti a prendere confidenza con il nuovo catalogo.

Vicende aria condizionata
Non avevamo fatto i conti con l’oste, però. Sulla delibera per l’aria condizionata c’era scritto che i lavori non dovevano durare più di nove mesi, e invece, trascorso un anno, i lavori erano ancora a zero. Gli utenti protestavano dal sindaco, ma venivano trattati a pesci in faccia. Io e Marianna ci guardammo in faccia e decidemmo un colpo di mano: apriamo la biblioteca! che vengano i carabinieri!
Tirammo fuori tutti i libri inscatolati, li riponemmo sugli scaffali, pulimmo per bene e, voilà, la biblioteca è aperta! Potete immaginare il direttore dei lavori quando vide la biblioteca aperta: “Ma non potete, ci sono ancora i lavori in corso, sono responsabile!”. E noi duro. Eravamo disposti a tutto, anche alle denunce. E anche il sindaco fece finta di niente, neanche a telefonarci per dirci: Ma chi vi ha dato il permesso di aprire la biblioteca?
E per fortuna quel colpo di mano! Altrimenti la biblioteca sarebbe stata chiusa per quattro anni ancora, quanto durarono i lavori per l’aria condizionata che si svolgevano anche nelle ore di apertura con grande disagio per noi e per i lettori.
Questo per dirvi come nel nostro lavoro a volte si vengono a creare situazioni così assurde che, disubbidire, per dirla alla don Milani, diventa una virtù.
E disubbidii anche quando denunciai pubblicamente l’ufficio tecnico che, non avendo presentato un progetto in tempo utile per ottenere dei contributi dalla Regione, fece perdere alla biblioteca 150 milioni di lire per lavori di ristrutturazione. Avevo rivelato segreti d’ufficio, c’era scritto nella censura che mi fu recapitata dal messo comunale. Ammettiamo pure di non avere agito bene formalmente, ma almeno censurate anche l’ufficio tecnico! No, quello no!

La Biblioteca casa editrice
Ma nel 1994 iniziava un’altra avventura per la biblioteca, quella della casa editrice. Ebbene, la biblioteca è anche una casa editrice con tanto di ISBN, e i nostri volumi sono in vendita anche sul catalogo dei libri in commercio, o nel catalogo virtuale http://www.internetbookshop/, dove, digitando Civita Castellana in “Ricerca Completa”, nel campo Editore, appaiono i nostri libri. Si tratta di libri di argomento locale curati da studiosi di prestigio, anche ricercatori del Cnr. A me il compito di correggere le bozze, impaginare e portare il libro in tipografia già bell’è fatto. E’ uscito un libro l’anno fino al 2000, poi non abbiamo avuto più fondi e l’avventura è finita. Ma quest’anno, finalmente, abbiamo ottenuto di pubblicare un altro volume. Si tratta della “Storia di Civita Castellana” di Oronte Del Frate, scritta ai primi del ‘900, di cui conserviamo in biblioteca copia del manoscritto. Se foste interessati a ottenere il codice ISBN per eventuali pubblicazioni delle vostre biblioteche, potete rivolgervi alla Bibliografica editrice di Milano.

Sevizio Bibliotecario Nazionale e programma Sebina
Credevamo, con Isis, di aver raggiunto i vertici del catalogo elettronico, ma col tempo si rivelò quasi un lavoro sprecato, perché Isis, non comunicava con l’esterno, non entrava in rete, non entrava in Iccu, il Catalogo Unico delle biblioteche italiane che aderiscono a Sbn, cioè il Servizio Bibliotecario Nazionale. Occorreva ripensare a un nuovo programma di catalogazione diretta e partecipata, un nuovo programma nel quale riversare di nuovo tutti i records che avevamo creato con Isis. Quindi punto e da capo: l’inizio di altri corsi di formazione all’Università di Roma e qui a Viterbo. Il programma SQL era farraginoso, non entrava in testa a me e neanche a tanti altri. Forse non se ne poteva più di rimboccarsi le maniche un’altra volta. Ma anche qui, nessuno di noi si poteva tirare più indietro, non si poteva rinunciare a stare al passo con i tempi. E’ stata dura, ma alla fine io, ed altri come me, abbiamo capito che non c’era altra strada e, a conti fatti, sono contento che sia andata così, perché, col nuovo programma Sebina, si cataloga più in fretta e fa piacere sapere che quello che cataloghi è visibile in tutto il mondo. Non manca giorno, infatti, che biblioteche e utenti di ogni parte d’Italia non ci chiedano libri in prestito, per lo più via e-mail. Talvolta si tratta di libri rari, preziosi; capita di ascoltare dall’altra parte del telefono grida di gioia quando taluno si accerta che il libro esiste veramente. E poi, si sa, quando nell’Opac si va a cercare un libro e lo stesso è posseduto da biblioteche maggiori e minori, chissà perché ci si rivolge quasi sempre a quest’ultime, cioè le nostre biblioteche: sicuramente perché facciamo prima a spedire senza tanti contorcimenti burocratici, né abbiamo ancora appaltato il prestito o le fotocopie a qualche cooperativa. Ci sono studenti romani che vengono apposta a Civita Castellana per consultare volumi che magari stanno alla Nazionale, dove per accedervi e ottenere un servizio è impresa titanica.

Nuovi servizi in Biblioteca
Di pari passo a quest’evoluzione della catalogazione elettronica, si sono anche diversificati i servizi in biblioteca. Sono nate le postazioni per internet e l’accesso alle banche dati, sicché non si vive di soli libri, periodici, videocassette e cd rom, ma anche di informazioni aggiornate che ci chiedono studenti, professionisti, gente in cerca di lavoro, immigrati che trovano contatti con la madrepatria, per non dire persone con malattie particolari che cercano medici e ospedali speciali per curarsi. Certo, il libro, i giornali stanno sempre lì come tentazione e non è raro che chi viene in biblioteca per servirsi delle banche dati, non curiosi poi tra gli scaffali in cerca di un libro.

Parametri di qualità “troppo alti”
E’ successo anche, qualche anno fa, che un giornalista di una testata locale sia entrato in biblioteca e abbia notato con meraviglia i nuovi servizi. Il giorno dopo la biblioteca aveva un posto d’onore sul quotidiano: se ne esaltavano i servizi e il funzionamento. Solo che tutto ciò veniva contrapposto alla arretratezza in fatto di informatica degli altri uffici del Comune, e così, accusato di aver rilasciato un’intervista (cosa non vera), venivo per l’ennesima volta censurato, la qual cosa scatenava un putiferio in consiglio comunale.
Questo conferma come il nostro mestiere di bibliotecari, che pure non siamo immuni da difetti e presunzioni a volte, è sempre sotto osservazione e può perfino succedere che, dandoci da fare, rischiamo di mettere in ombra altri uffici che non hanno raggiunto i parametri di qualità che noi invece abbiamo inseguito con passione. Se ne dovrebbero fare un vanto i nostri amministratori, e invece son sempre lì a misurare che cosa gliene viene in termini di consenso, questa bestia che, come l’audience, sta facendo scivolare verso il basso, qualitativamente, la vita culturale del nostro paese.

Beffa qualifica
Proprio alcuni mesi fa, dopo un’attesa di 34 anni, sono passato in D1, dopo un’estate trascorsa su leggi e diritto amministrativo. Ma il destino mi ha riserbato l’ennesima beffa: con questo passaggio mi è stata tolta la qualifica di bibliotecario per quella più consona (si fa per dire) di istruttore direttivo, che ricorda tanto l’istruttore per l’esame di guida. Vane sono state le mie proteste, dal momento che mi manca qualche anno alla pensione, in nome del motto: voglio morire bibliotecario. Non so se può consolarmi che l’AIB, l’Associazione Italiana Biblioteche, alcuni anni fa mi ha dato la patente di bibliotecario per meriti vari sul campo, iscrivendomi all’Albo professionale. Ma quel che più mi consola è smarrirmi nelle pagine dei libri che scrivo e che non troverete mai impilati in una libreria a mo’ di bestsellers, ma solo nel cuore e nella memoria di pochi affezionati. Ma ne basterebbe anche uno solo di lettore: sarebbe come stare a teatro, o in un concerto di fronte a un solo spettatore. E per uno, uno solo, vi assicuro, vale la pena di scrivere e cantare, perché quell’uno potrà essere il tuo lumicino nel bosco dove t’attendono case di cioccolato e ninfe e fate assetate di parole e d’amore.

L’esperienza di tanti anni con i ragazzi
E ora, dulcis in fundo, voglio parlarvi della mia esperienza con i ragazzi delle scuole che svolgo da anni, esperienza che forse mi dispiacerà lasciare il giorno che andrò in pensione. Ho avuto la sorte di nascere in un piccolo paese del sud dove non c’era ancora la luce elettrica, un piccolo paradiso terrestre ancora intatto fatto di notti scure, di candele e lampade a petrolio, di giorni chiari e luminosi nella calura implacabile del sole mediterraneo. Ho fatto in tempo a immagazzinare nella mia mente fiumi di nanni orchi, sciacuddhi e acchiature, anime in pena e morti ca te carànfanu, pìzziche e tarantate, ritmi e tamburieddhi, storie tragiche e comiche, zaccarresta e scundarieddhi, truddhi e cavaddhu barone, scisciarìculi e scarabòmbuli, rape creste e zzanguni, fae nette e gnumarieddhi… e lu vinu ca te trase intra ll’osse. Tutto un mondo magico e incantato che mi chiedo a volte se sia mai veramente esistito. Sono partito che ero un ragazzo e navigo da allora in mille perigli per tornare al paese, la mia Itaca che non c’è più.
Il quel contesto in cui c’era solo la tradizione orale, ma non c’erano libri, ho ereditato l’arte del raccontare e del cantare, e mi piace rinnovare con i ragazzi i rapporti che avevo con i miei nonni e con i miei genitori. Da tanti anni intere scolaresche, delle elementari soprattutto, ma anche più grandi, mi arrivano in biblioteca non solo per capirne il funzionamento e diventare potenziali lettori, ma anche per celebrare il rito della trasmissione orale e scritta. Passo dalla lettura ad alta voce di fiabe e racconti, poesie e filastrocche, al cantare accompagnandomi con la chitarra. E ritorno a quelle filastrocche di Gianni Rodari messe in musica dal Quartetto Cetra. Ne ho imparate alcune, ma ho preso altre di filastrocche e le messe in musica io stesso, ricucendomi così un repertorio di canzoni per bambini. Per questo sono chiamato anche altrove: a gennaio ho fatto un concerto ai bambini perfino a San Giovanni in Persiceto, nei pressi di Bologna e mi sono guadagnato due cartoni di cabernet-sauvignon.
Devo dire che i bambini mi danno tante soddisfazioni quando parlo o canto, perché son lì curiosi e guardano e ascoltano incantati come se si trovassero di fronte a qualcosa di non previsto.
Per i ragazzi più grandi riservo anche Dante o Leopardi o Neruda, essendo convinto che la poesia non è quella scritta, ma è quella detta, quella che ne esalta il ritmo e le assonanze e penetra e meraviglia e sconvolge, e travolge e salva la vita.
[*] OPAC è l'acronimo di «Online Public Access Catalogue» (Accesso Pubblico al Catalogo Online) ed è quindi il catalogo informatizzato delle biblioteche.

LE MIE POESIE EDITE e INEDITE da leggere e ascoltare

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Alfredo Romano
CI SONO NOTTI CHE IO
POESIE D'AMORE
Illustrazioni di Maria Berto
(1971-1993)
Galatina, Edizioni Congedo, 1994
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Ascolta le mie poesie:











































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Ascolta le mie poesie inedite
:
- Albe lontane. 1975
- Fai tenerezza. 1975
- Passi t'attendono sempre. 1994
- Nel giardino di papà (a mia madre). 1994
- La moneta romana. 1996
- Mi hai sorpreso all'alba. 1997
- Il tuo sguardo nell'amore. 1997
- Aspetta (A Dante de Giorgi). 2000

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